Intervista allo psicologo Francisco J. Martínez per il sito «Delacreatividadalpiano». I benefici psicologici della musica.

Quali benefici psicologici apporta lo studio della musica?

 

Mi soffermerò su due effetti benefici fondamentali sui quali probabilmente tutti noi saremmo d’accordo per l’impatto che hanno sulla nostra vita: la creatività e il quoziente intellettivo (QI).

 

Nel 2008 è stato condotto un interessante esperimento. Ricercatori dell’Università di Vanderbilt hanno sottoposto due gruppi di studenti alle stesse prove:

 

  • 20 studenti di musica classica della Vanderbilt Blair School of Music (con almeno 8 anni di formazione musicale)

  • 20 studenti di un corso introduttivo di psicologia

 

I risultati sono stati sorprendenti. L’obiettivo era valutare creatività e QI nei due gruppi.

 

Il test prevedeva la presentazione di diversi oggetti, chiedendo ai partecipanti di immaginare nuovi usi per ciascuno di essi. Parallelamente veniva misurata l’attività cerebrale nei lobi prefrontali e veniva richiesta un’associazione libera.

 

I musicisti hanno mostrato una maggiore capacità associativa, attribuita a una migliore abilità verbale, e hanno proposto un numero più elevato di utilizzi originali degli oggetti, indice di maggiore creatività.

 

In sintesi, lo studio ha evidenziato che:

 

  1. L’attività cerebrale in entrambi gli emisferi era significativamente maggiore nei musicisti.

  2. I musicisti ottenevano punteggi di QI più elevati nei test di intelligenza rispetto ai non musicisti.

 

Attualmente sono in corso ulteriori ricerche che confermano questa ipotesi: lo studio musicale intensivo è associato a un aumento del quoziente intellettivo.

 

E quando lo studio musicale può non essere benefico?

 

Per comprendere il lato oscuro dello studio musicale intensivo, consiglio di vedere il film Whiplash. Si tratta di una storia perturbante che mostra come non dovrebbe essere intesa la pedagogia musicale.

 

L’eccessiva motivazione al successo, a cui sono sottoposti molti studenti che aspirano a una carriera professionale nella musica, può favorire l’insorgenza di diverse forme di disagio psicologico. Tra queste, il disturbo ossessivo di personalità è una delle conseguenze più frequenti di uno studio musicale mal compreso sia dagli insegnanti che dagli studenti.

 

Quale peculiarità hanno i pianisti rispetto ad altri musicisti?

 

La solitudine.
È una compagna costante nel lungo percorso di apprendimento del pianista. A differenza di altri strumentisti, il pianista raramente suona in gruppo e spesso affronta lo studio in totale isolamento.

 

Un ulteriore fattore di pressione è l’impossibilità di condividere la responsabilità dell’esecuzione.

 

In altre parole, il musicista che suona in gruppo raramente è al centro di tutta l’attenzione del pubblico (a meno che non sia il più affascinante… 🙂 ). Battute a parte, sapere di non essere l’unico valutato da un pubblico in attesa di un’esperienza musicale gratificante favorisce un livello di ansia più funzionale.

 

Che consiglio daresti agli studenti di pianoforte per migliorare la concentrazione?

 

Il pianoforte è uno strumento che richiede un’attenzione profonda. Durante l’esecuzione entrano in gioco molteplici elementi: sfumature, ritmo, dinamica, solo per citarne alcuni.

 

Per uno studio efficace del pianoforte, lo studente dovrebbe essere in grado di scomporre questi elementi e studiarli in modo individualizzato. Questo processo richiede concentrazione e capacità di analisi. Solo integrando progressivamente tutte queste sfumature si può ottenere un’esecuzione ottimale del brano.

 

Vorrei infine ricordare un aspetto fondamentale legato ai benefici psicologici dello studio: la concentrazione segue una curva a “U rovesciata”.

 

  • All’inizio dello studio la concentrazione è generalmente bassa

  • Aumenta progressivamente fino a raggiungere un picco intorno ai 30 minuti

  • Successivamente tende a diminuire

  • Dopo circa un’ora, i livelli di attenzione risultano minimi

 

È consigliabile fare una breve pausa e poi riprendere lo studio. Naturalmente, questa curva varia in base alle differenze individuali: è l’autoconoscenza che ci permette di capire quali siano i nostri limiti e le nostre risorse.

 

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