
Salute mentale e migrazione. Nonostante il dramma e l’abbandono vissuti da 4,5 milioni di rifugiati siriani (secondo Amnesty International), spesso continuiamo a guardare altrove. La Spagna conosce bene l’esperienza dell’esilio e dell’emigrazione: molti dei nostri nonni ci hanno raccontato la fuga di oltre un milione di persone durante la Guerra Civile Spagnola.
«Si crede di fare un viaggio, ma ben presto è il viaggio che fa noi.»
Nicolas de Bouvier
Per quanto mi riguarda, questa “cecità” riguarda anche i professionisti della salute mentale. Come affermava il dott. Manuel Martín, presidente del Consiglio delle Società Psichiatriche d’Europa, in un’intervista a Cadena Ser:
«È necessario definire come affrontare una situazione completamente nuova per noi. Il problema è che i nostri professionisti non sono sufficientemente formati per questa novità: lavoriamo in un altro contesto, e né gli psichiatri né l’intera struttura della salute mentale sono preparati per questo tema».
Ci troviamo di fronte alla sfida di intervenire in situazioni di emergenza e di rispondere ai problemi di salute mentale e al disagio psicologico di persone che hanno vissuto o sono state testimoni di torture, violenze, stupri e persecuzioni.
In un altro articolo, “Stress e migrazione: smontare i miti”, è possibile approfondire ulteriormente questo tema.
Riprendendo le dichiarazioni del dott. Martín sui rifugiati siriani:
«I rifugiati siriani hanno bisogno di un’assistenza specialistica. Le persone sono esposte alle conseguenze di un esodo terribile, come depressione, ansia o disturbi da stress post-traumatico. Da un lato ci sono i problemi di adattamento alla nuova situazione; dall’altro, nei casi più gravi, le esperienze traumatiche vissute e il trovarsi in un paese straniero, spesso percepito come ostile, possono favorire lo sviluppo di disturbi come la schizofrenia o la paranoia».
Quali difficoltà incontrano i professionisti della salute mentale nell’accoglienza dei rifugiati?
In molti casi, come indicato da Burnett & Peel (2001), i rifugiati non descrivono apertamente i loro problemi nei servizi specializzati nel trattamento del trauma. Nella loro cultura, infatti, silenzio e oblio sono spesso meccanismi abituali di gestione del dolore.
Dal lato dei servizi sanitari, il deficit di formazione e di risorse per trattare il disagio emotivo e mentale rappresenta un ostacolo cruciale all’aiuto efficace.
L’isolamento sociale, la solitudine, le condizioni di precarietà e le numerose privazioni legate alla situazione di emergenza conducono frequentemente a problemi emotivi, sociali e psicologici.
Una volta accolti nel territorio, studi condotti in Australia (Day, 2016; Drummond et al., 2011) evidenziano ulteriori barriere all’accesso ai servizi sanitari:
vergogna e paura del giudizio di familiari e conoscenti;
timore di essere giudicati dagli operatori;
paura dell’ospedalizzazione;
difficoltà logistiche e burocratiche.
Tutti questi fattori complicano l’accesso alle cure e ritardano interventi spesso necessari.
Nota finale
Ho deciso di scrivere questo breve articolo colpito dall’abbandono che l’Unione Europea sta riservando a persone che, da mesi, vivono in una sorta di terra di nessuno.
Lo faccio anche sostenuto dall’esperienza di amici che hanno lasciato temporaneamente la loro vita quotidiana per offrire aiuto nei campi di confine, come quello di Idomeni.
Penso inoltre al lavoro di molte associazioni che, nonostante i tagli ai finanziamenti, continuano a impegnarsi per garantire un’accoglienza dignitosa alle persone che chiedono asilo politico.
Anni fa ho lavorato in una di queste realtà, l’Associazione Assieme di Calenzano, e ho potuto constatare direttamente le difficoltà descritte dagli studi di Day e Drummond, così come le parole del dott. Manuel Martín sulla mancanza di formazione specifica dei professionisti della salute mentale.
Se senti il bisogno di un supporto psicologico attento alle dimensioni migratorie, culturali ed emotive, puoi rivolgerti a un Psicologo Italiano Barcellona.