
La spinta della potentissima industria farmaceutica, una società in continuo cambiamento, l’idea di produttività portata a livelli irraggiungibili… È davvero necessario medicalizzare il lutto? Perché il nuovo DSM-5 ha incluso il lutto come categoria diagnostica?
Medicalizzare la tristezza di chi ha subito una perdita significa confondere il lutto con la depressione, due condizioni che per lungo tempo si è cercato di mantenere chiaramente distinte. Il lutto è una risposta umana, naturale e necessaria alla perdita di una persona significativa; la depressione è un disturbo dell’umore con caratteristiche cliniche differenti.
Disturbo da lutto persistente complesso (DSM-5)
Il disturbo da lutto persistente complesso viene diagnosticato solo se sono trascorsi almeno 12 mesi dalla morte di una persona con cui il soggetto aveva una relazione stretta (6 mesi nei bambini). Questo criterio temporale dovrebbe aiutare a distinguere il lutto “normale” dal lutto persistente.
La condizione comporta tipicamente un desiderio o una nostalgia persistente per il defunto, associati a tristezza intensa, pianto frequente o preoccupazioni costanti riguardo alla persona scomparsa. Talvolta la mente resta focalizzata sulle circostanze della morte.
Tre motivazioni che favoriscono la medicalizzazione del lutto
1. Motivazione organizzativa
È possibile elaborare una perdita mentre si continua a lavorare? Se la risposta è sì, ecco una assenza dal lavoro in meno da concedere.
2. Motivazione ideologica
Viviamo in una cultura che tollera sempre meno la perdita e la frustrazione. La bassa tolleranza all’ansia potrebbe essere la base di questa tendenza: ogni dolore deve essere rapidamente eliminato.
3. Motivazione economica
Il potere dell’industria farmaceutica e la promessa di mascherare il dolore. Se non ci convincono che farmaci e interventi ci condurranno alla felicità e alla giovinezza eterna, finiscono comunque per occultare un bisogno umano fondamentale: vivere il lutto in modo personale.
Così come ogni persona invecchia a modo proprio, ogni lutto è unico, pur condividendo elementi comuni.
Conclusioni: verso processi di lutto individualizzati
È complesso distinguere tra processo di adattamento e disturbo dell’adattamento. Ogni persona e ogni cultura vivono la perdita in modo diverso; per questo risulta difficile accettare criteri rigidi che separino il lutto “normale” da quello “patologico”.
Medicalizzare una persona subito dopo una perdita può essere vissuto come un fallimento personale. Come osserva Antoni Talarn, il sistema sembra aver trovato «una formula abile per difendersi ed esonerarsi da ogni responsabilità verso chi soffre mentalmente nel proprio contesto».
Se trattiamo la tristezza con antidepressivi, rischiamo di mettere cerotti su ferite che dovrebbero cicatrizzare naturalmente, attraverso un dolore che la persona vive come una risposta logica e umana alla perdita di una persona cara.
Psicoterapia: in che modo può aiutare lo psicologo?
Da Freud a oggi, molti studiosi concordano: per potersi liberare, chi ha subito una perdita deve attraversare il processo di lutto. Nella pratica, questo significa:
permettersi di piangere;
parlare della perdita e del dolore che provoca;
dare un senso a ciò che la perdita rappresenterà nella propria vita;
parlare della persona scomparsa e delle esperienze condivise;
esprimere qualsiasi sentimento verso il defunto;
dare spazio alla colpa, anche quando riguarda il “non aver fatto abbastanza”;
ricevere sostegno lungo tutto il percorso di lutto.
Per un accompagnamento psicologico rispettoso dei tempi e della singolarità del dolore, puoi rivolgerti a un Psicologo Italiano Barcellona.